Il Kyudo

L’evoluzione dell’arco giapponese

Per la sua affinata lunghezza, l’arco giapponese non ha uguali nel mondo. Persino la Cina, che ha una storia tra le più lunghe e vetuste dell’Estremo Oriente, non possiede un arco che eguagli quello giapponese nella bellezza della forma. Paragonato al più corto arco occidentale, quello giapponese richiede un’estensione più ampia per produrre risultati equivalenti nella prestazione. Ciò significa che sebbene non vi sia alcuna differenza nell’impiego di forza fisica richiesta per aprire altri archi, l’arco giapponese, con la sua più ampia apertura, produce un effetto esteticamente più attraente, con l’arciere centrato all’interno della più grande curva dell’arco. La bellezza dell’arco giapponese è celebrata nell’opera del maestro Nyosekan Hasegawa “La bellezza della cerimonia” (Rei no bi), in cui egli afferma:

Mi chiedo da dove sia derivata la bellezza dell’arco. Nessun altro arco al mondo possiede sinuosità eleganti come quelle dell’arco giapponese. La curva di molti archi nel mondo ha una forma semicircolare ordinaria, con l’impugnatura al centro, mentre l’arco giapponese ha l’impugnatura posta asimmetricamente a circa un terzo della sua lunghezza totale, che lo divide in due distinte curve, entrambe formanti una continua elasticità di potenza, distribuita per l’intero arco, al fine di creare una perfetta condizione di equilibrio.La curva sotto l’impugnatura viene spesso considerata maschile e di qualità dinamica, mentre la curva superiore dell’arco, vicino alla punta è considerata, nell’equilibrio, delicata e femminile, come la figura di un’elegante principessa.

L’arco incarna l’equilibrio tra la potenza maschile e il delicato e ricettivo femminile. Gli archi usati attualmente sono cambiati pochissimo nella loro costruzione rispetto a quelli del passato. Rapportata ai progressi del moderno mondo tecnologico, la semplice, quasi primitiva forma dell’arco giapponese è qualcosa di anacronistico. Tuttavia, tale semplicità ne costituisce la qualità specifica. L’uso di materiali moderni non migliora le prestazioni, e una freccia di bambù si scocca altrettanto bene di una di metallo o di materiale sintetico. Piuttosto, le qualità sottili che si possono sperimentare con i materiali naturali non esistono in quelli moderni. Sono proprio tali qualità a conferire interesse estetico e profondità all’esperienza di maneggiare arco e frecce giapponesi, che non hanno uguali nel tiro con l’arco occidentale.

Mentre la costruzione e l’aspetto dell’arco e della freccia non sono cambiati significativamente nel corso della loro storia, un’attenzione straordinaria è stata posta nei confronti dello sviluppo della relazione interiore con l’arco. Il lungo periodo storico in cui si è coltivato l’aspetto estetico e interiore ha contribuito, più di qualsiasi altra cosa, a determinare l’unicità dell’arco giapponese. L’arco e le frecce sono stati venerati dai Giapponesi come oggetti di fede, ritenuti misteriosi veicoli attraverso i quali fluisce la spiritualità. Possiamo vedere la bellezza spirituale interiore che si rivela nell’apparenza esterna e nella forma. Questo senso estetico è l’essenza del Kyudo e ha modellato la bellezza unica dell’arco giapponese. Una simile sensibilità spirituale sottende e sostiene anche i valori morali che fanno del Kyudo una via spirituale e una disciplina etica (Do). Anche se il Kyudo trae le sue origini dalla via del guerriero (Bushido), che esalta la dignità della guerra e del combattimento, nei tempi moderni esso rappresenta la via del “vero gentiluomo”, il sentiero verso la benevolenza. Durante l’esecuzione del tiro, l’arciere deve essere veritiero nella sua disposizione verso se stesso. Quando trova l’equilibrio nella verità, il rilascio corretto avverrà di conseguenza.

La meta suprema del Kyudo

Shin – Verità: la ricerca della Verità ha costituito l’Ideale di tutte le culture e di tutte le epoche. Possiamo dire che il tentativo di definire o almeno intuire la Verità assoluta è la meta di tutte le religioni e le discipline filosofiche.Nel Kyudo, la Verità è la realtà di primaria importanza del tiro. La Verità non può essere ingannata. La freccia vola diritta verso il bersaglio. Questa è Verità. Tuttavia noi ci imbattiamo nel paradosso, al di là del tempo e dell’età, in base al quale la Verità assoluta non può essere compresa. Può essere intuita, ma non definita. Di conseguenza, dobbiamo esaminare incessantemente il rapporto con il nostro tiro, poiché siamo noi ad alterarci e allontanarci dall’essere nella Verità.

Zen – Benevolenza: benevolenza, in termini di Kyudo, ha il significato di valore morale. Attraverso la disciplina dell’etichetta (Rei) vi è uno stato di compostezza acquisita che non conosce conflitto. Questa condizione di dignità e gentilezza era quella del “vero gentiluomo” (Kunshi), altamente apprezzata in quanto costituiva un ideale della cultura cinese.In questo modo di pensare derivato dal Confucianesimo, l’enfasi viene posta sul mantenimento di questa calma della mente, uno stato mentale conosciuto come Heijo¯shin, che significa la mente ordinaria di ogni giorno, sempre in rapporto con le circostanze, tranquilla e armoniosa.

Bi – Bellezza: ciò che è bello appaga i sensi. La sua conquista è la meta suprema di tutte le arti. È la forma della Verità espressa nell’applicazione del Bene. Nel tiro con l’arco giapponese, prendendo l’arco come la principale incarnazione dell’estetica e della bellezza spirituale, queste qualità sono espresse per mezzo del tiro cerimoniale (Sharei), le cui limitazioni formali richiedono tale espressione, e la cui maestà viene combinata con lo spirito di Shintaishuusen (armonia in tutti i movimenti) in cui le movenze, armonizzate con una calma presenza della mente, operano insieme ritmicamente per stimolare il nostro senso del bello.

Nei tempi antichi si diceva che la scuola Ogasawara privilegiasse il cerimoniale, mentre la scuola Heki accordava particolare enfasi al tiro. La scuola Ogasawara eccelleva nei principi della cerimonia e dell’etichetta, e la scuola Heki nelle tecniche di tiro. Sebbene coesistenti, le due scuole rimanevano ben distinte, ciascuna nel proprio ambito. In seguito però, con l’andar del tempo e in accordo con i cambiamenti nelle condizioni sociali, entrambe cercarono un modo per conciliare alcune delle rispettive differenze. Arrivarono ben presto a convincersi che il cerimoniale separato dalla tecnica e dall’abilità non poteva veramente chiamarsi tiro con l’arco, e che la tecnica senza cerimoniale non poteva inoltrarsi lungo il sentiero del Kyudo: al contrario, tecnica e cerimoniale insieme conferiscono al tiro con l’arco quella inseparabile unità che rappresenta la verità del Kyudo. La prova di questa progressiva combinazione di approcci va ricercata nella graduale scomparsa, dopo la metà del periodo Meiji, delle parole Kyujitsu (tecnica con l’arco) e Shajitsu (tecnica di tiro) che vennero sostituite dal termine Kyudo.

Se ci si preoccupa soltanto della tecnica, perdendo di vista modi e cerimoniale, allora si tirerà unicamente per sport. In questo caso, non solo il tiro perderà in profondità, ma la sua stessa forma risulterà disordinata. Se invece si indulge troppo nella forma cerimoniale, trascurando la tecnica, il tiro diverrà ben presto spento e vuoto. Perciò, devono essere presenti sia la tecnica sia la forma cerimoniale così che, quando esse diventano una cosa sola, “la Verità, la Bontà e la Bellezza (Shin Zen Bi) si manifestano con l’‘espressione’ del tiro, che giunge a velocità fulminea da uno stato mentale puro, senza malvagità”.

Il fine del Kyudo giapponese non è solo gareggiare, bensì coltivare la mente ed il corpo come metodo per conseguire l’autoperfezionamento. Dal Giappone, suo luogo di nascita, il Kyudo si è diffuso ovunque fino a divenire universale ed universalmente conosciuto, cosa questa che risulta veramente gratificante e che giustifica un ulteriore sviluppo di questa tradizione.